Concedersi

I miei sono occhi che rivelano un animo torbido. Sembra che la melma renda inaccessibili certi anfratti nascosti. Ho provato a migliorare, invano, perché più miglioro e più fallisco. Con fare da tiranno sopprimo ogni accenno di rivolta contro la cappa di grigiore che mi pervade. Sono arrivato al punto di avere timore di essere felice per paura di inciampare sgambettato dalla sorte. Il frivolo è ciò di più essenziale che una persona possa concedersi. Flebili certezze in un abisso di incognite. Qualcosa si ruppe, mi avvicinai al dirupo in un saliscendi scosceso, intaccando piccole crepe lungo il tragitto. Esalo una lunga boccata di fumo. Il cielo è nuvoloso, di quel grigio marezzato che sembra materia solida. Mi chiedo se arriverà mai il giorno in cui potrò essere sereno. Una persona normale, che fa cose normali, in tranquillità. Ho bisogno di solitudine per spezzare il fiato con qualche goccia di malinconia. Sono solo un bambino che non ha mai voluto crescere abbastanza, a volte è utile ricordarselo. Il mio lascito è confuso, incerto e spiazzante. Ho fatto così tanti errori nella mia vita, come se fossero una valanga che si mantiene in autonomia. Non cerco compassione, non voglio aiuto, scrivo solo la biografia di un naufrago. Testimonianze per i posteri, fetida retorica, parole che verranno spazzate via dall’incombere funereo del tempo. L’ego smarrito e amareggiato tenta di compensare con modi di fare costruiti, pomposi e stucchevoli. Vedo un abisso di niente che mi sovrasta e mi fa mancare il fiato. L’aridità del mio cuore ha prosciugato la mia voglia di piangere. Gli istinti mi dominano e mi sento prigioniero. Mi faccio sopraffare dalle mie stesse emozioni. È un periodo dove la mia debolezza d’animo si riflette in una debolezza del corpo. Non sono mai stato così fragile. L’equilibrio precario su cui mi reggo mi sta lancinando dall’interno. Mi sento come un granello di polvere sospeso tra un fascio di luce da vetrate smerigliate in una cattedrale gotica. Aleggio senza meta davanti al pubblico giudizio accecante. Mi piace l’idea del mito, del creare una poetica personale su misura, forse per rendere meno insignificanti le nostre vite insulse. Siamo prostitute dell’esibizionismo, prostrate all’insicurezza e alla fragilità.

Rileggendo frammenti di pensieri scritti in momenti poco felici mi rendo conto dell’assoluta incapacità di essere distaccato quando si tratta di giudicare me stesso. Alla fine dopo un temporale c’è sempre il sole.

Ombre

Mi sento oberato dagli impegni di questo mio ultimo anno di Medicina. Tesi, tirocini, ultimi esami, corse matte per la laurea, burocrazia, email, verbalizzazioni, scadenze. È tutto così frenetico che non sento più neanche quello che penso.

Vedo il mondo attorno a me muoversi vorticosamente, ed io un po’ confuso a seguirlo, annaspando, cercando di metterci una pezza. Questo continuo rincorrere che mi sta dando un mal di mare atroce ed il problema è che sta diventando una costante.

Mi sento ancora, nonostante gli anni continuino a passare, un perenne disadattato in qualsiasi contesto io mi trovi. Non riesco mai ad essere sciolto, sono sempre così contratto, così rattrappito, così insicuro. Sempre io.

Soprattutto ci sono giorni in cui mi sento tremendamente solo. Non so se è il tempo grigio che mi rende così umorale. Forse è la necessità ogni tanto di potersi permettere di crollare.

Ci sono giorni in cui vorrei abbandonarmi in un pianto liberatorio. Lasciare che ogni tanto i sentimenti facciano il loro corso.

Drastico. Ma domani il sole sorgerà di nuovo e tramonterà come ha sempre fatto.

 

 

 

Vacanze

Una strana sensazione di vacuità aleggia nell’aria. Il vapore dalla vasca calda le sfuma i lineamenti e rende i colori più morbidi. Qualche ciocca di capelli sfuggita alla coda le copre la fronte, imperlata di goccioline di sudore. L’acqua è diventata ormai torbida e con la complicità della luce fioca i dettagli risultano meno netti, lasciando trasparire giusto il contorno sinuoso delle sue forme coperte da abbondante schiuma.

Con la testa riversa sul bordo della vasca mi guarda con gli occhi ridotti a due piccole fessure, un accenno di sorriso le increspa il viso, e dopo che di rimando le sorrido anch’io, si fa un breve sorso di birra. Io ogni tanto faccio qualche tiro e continua a sorseggiare la mia birra. La cassa in sottofondo passa dai Doors a qualche pezzo di Bob Dylan.

Rimaniamo assorti nel nostro silenzio. Sono quasi le due di notte, i vicini dormono, non si sente anima viva e regna la calma più assoluta. Ci lasciamo trasportare dal ritmo rallentato e melenso della notte. Ogni tanto le accarezzo la gamba, seguendo a rilento il contorno della pelle. I suoi lunghi sospiri scandiscono il passare del tempo.

Potrei morire così. Felice e rilassato. Quanti sbattimenti, fatiche, pensieri, programmi quando poi alla fine basta così poco. Non serve altro, là fuori il mondo può pure andare a puttane che per me sarebbe totalmente irrilevante. Appoggio il mio sguardo appassito su di lei e sorrido. È proprio vero, basta così poco.

Loyle Carner

La luce fioca della lampadina illuminava il suo volto assonnato. Si sentiva il ronzio del portatile appoggiato sulla scrivania e la musica in sottofondo. Attorno c’erano giusto alcuni fogli sparsi, dei libri impilati, un posacenere, il tabacco e un’agenda aperta a metà.

Si sentiva stanco. Aveva vagato a lungo nella sua vita ma in quel momento era come se avesse capito di aver bisogno di trovare un po’ di serenità. Non era rassegnazione, l’avrebbe definita più una sorta di consapevolezza. Voleva soltanto deporre le armi e godersi un po’ di più la vita. Non avere più ansie, timori, pressioni. Voleva quella tranquillità d’animo che a lungo aveva rifuggito ma che ora vedeva come la naturale conclusione di tutte le sue pene.

 

Il giorno dopo

Il giorno dopo ovviamente fu ancora peggio. Si sentiva apatico, svuotato e senza energia. Lo sguardo era vacuo e le conversazioni con i coinquilini erano ridotte al minimo sindacale. Stava realizzando per la prima volta nella sua vita cosa fosse l’amore. Pensava alle varie ragazze con cui era stato, storie più o meno lunghe e più o meno sentite. Aveva passato bei momenti e aveva sofferto, aveva provato affetto, gioia, malinconia e attrazione. Ci era rimasto male con alcune in particolare, con altre si era lasciato non benissimo e con altre ancora aveva mantenuto buoni rapporti.

Tuttavia solo in quel momento stava capendo cosa volesse dire essere veramente innamorati. Si stava rendendo conto che si trattava dell’unica ragazza per cui avesse veramente provato qualcosa e con cui avrebbe voluto portare avanti qualcosa di serio. Era sicuro di questo, non aveva mai provato niente di simile prima di allora.  Il paradosso era che in quell’unica volta dove avrebbe fatto qualsiasi cosa per non mandare a puttane tutto, lei  aveva preso e l’aveva lasciato sul nascere. Stroncata qualsiasi velleità e qualsiasi progetto. Uno scherzo del destino o forse una metafora della sua vita.

Aveva passato gli ultimi anni a girovagare di ragazza in ragazza, di letto in letto, senza mai sentire vero trasporto e vivacchiando di qualche relazione di comodo. Caso vuole che la prima ragazza di cui si era innamorato, fu anche la prima a lasciarlo con il cerino in mano.

Rifletteva di quanto fosse stato breve ma intenso e di quanto fossero tutte cazzate le storie dell’amore che si costruisce con il tempo e della scintilla che scatta in ritardo. Sentiva che c’era qualcosa di speciale, anche se non l’aveva mai provato, anche se si erano visti poche volte. Capiva che quella volta era davvero qualcosa di diverso. Era amore. E lui ne era vittima.

Così, senza neanche immergersi in tutto il languore e la bolla magica di quando si è innamorati, si era ritrovato di colpo spintonato fuori, ferito e affranto. Capì cosa volesse dire soffrire per amore. Si aggrappava disperatamente ai ricordi, voleva ripercorrere con la mente tutti i dettagli, con fare avido e impetuoso. Si accavallano nella sua testa tutti le parole dette, le carezze e i baci. Il sesso, le sigarette assieme, il suo maglione e il suo accento. Voleva ripercorrere tutto, voleva imprimere nella testa ogni momento. Sapeva che il tempo sarebbe stato implacabile e avrebbe lentamente affievolito il ricordo, portando nella sua mente episodi con sempre meno dettagli, sempre più sbiaditi fino a diventare memorie lontane e sfumate. L’aveva amata come mai nessuna prima di allora e ne soffriva.

Cazzo, dopo esserci stato a letto, aveva davvero piacere a parlarci. Ad ascoltarla, a farle le coccole e a stare in silenzio assieme. Quale altra prova più eclatante di questa, di quanto fosse innamorato? Un sorriso amaro sfioriva sulla sua faccia appassita e stanca. Continuò la sua giornata tra chiacchierate di circostanza, studio e palestra. Si trascinò stancamente fino a sera, solo nel suo balcone, con la sigaretta in mano e la testa così piena di pensieri da sentirsela leggera, quasi che volasse tra le nuvole e quel maledetto ottobre di merda.

In tuta

E così arrivò la sofferenza. Lo sguardo era chino sugli avanzi della cena sul tavolo, mentre con una mano sorseggiava la sua birra e con l’altra si teneva la fronte. Sconsolato, si alzava in continuazione a fare su e giù per la cucina. Un dolore forte lo contorceva e gli faceva mancare il respiro e le parole. Aveva gli occhi lucidi, la vista offuscata e il residuo di tosse dell’influenza della settimana prima. Non connetteva, la sua mente era attraversata da immagini, cose da fare, persone, esami e tanto altro. Si sentiva così confuso, così sfortunato, così sconsolato. “Perché proprio a me?”, si ripeteva nella sua testa, in continuazione. Si erano salutati dopo essere stati a lungo in balcone, lei che raccontava della possibilità di tornarsene in Inghilterra, lui che non ci credeva. Pensava all’intimità di quell’ultimo bacio che si erano dati, al silenzio notturno, alle luci dei lampioni visibili dal balcone e all’odore di ammorbidente del suo maglione. E soprattutto pensava a lei. Al suo viso che accarezzava con il palmo delle mani, ai suoi capelli mossi, alla sua tuta Adidas e al suo accento londinese. Era da tempo che non si sentiva così trasportato e così, come se niente fosse,  ora lei paventava la possibilità di dover tornare indietro, delle opportunità migliori e delle scelte migliori per il suo futuro. La parte razionale di lui non poteva che darle ragione ma purtroppo ad ogni frase che aggiungeva lui si sentiva sempre di più morire dentro. E ora si trovava, solo, in cucina a bere come un forsennato per dimenticare, per riuscire a dormire e anestetizzare quel retrogusto spiacevole di amaro che quel loro incontro gli aveva lasciato. La sua figura minuta si aggirava per la cucina per lenire quella ferita così fresca, lui, proprio lui che è sempre stato il cavaliere dell’insensibilità e del non trasporto. Eccolo lì, ridotto come un cencio, quasi a piangere per una ragazza che probabilmente da lì a poco non avrebbe mai più rivisto.

Autografi

Scrivere significa buttare una parte di se al mondo. Significa scagliare il proprio essere al giudizio di tutti. Il modo in cui si espone il pensiero, la scelta delle parole, la punteggiatura e il filo del discorso sono tutti elementi che creano un identikit personale ad uso e consumo di chi legge. Difatti, l’interpretazione che se ne da è fortemente dipendente dal proprio vissuto e coscienza di se. Qualcuno potrebbero soffermarsi su certi dettagli, qualcun’altro su altri ancora, a qualcuno un insieme di parole può richiamare ricordi particolari e così via.

Scrivere è un mezzo fluido e potentissimo, una specie di firma e di autoritratto inconsapevole; ognuno ha il proprio stile, grezzo o sofisticato che sia. La scrittura permette di avvicinare coscienze affini, che si riconoscono e si specchiano, immedesimandosi e dunque provando emozioni.

Mi sorprende pensare a quante implicazioni possa avere quello che potrebbe essere uno sterile elenco di termini ma che invece testimonia la grandezza del pensiero umano, capace di lasciare traccia di sé al di fuori di sé. Lasciamo un’impronta nel mondo indelebile che cristallizza il nostro essere in quel preciso momento.

Quante volte si rileggono cose scritte anni prima provando un brivido dietro la schiena a pensare “Ma questo ero veramente io?”.  E in effetti non lo eri affatto, ora hai acquisito dati a profusione, hai vissuto, provato dolore, gioito e tutta una serie di esperienze di vita che hanno plasmato il tuo cervello indelebilmente.

Scrivere permette la catarsi dell’anima. Mai mezzo fu più indicato per liberare i propri disagi interiori.  La parte della tua mente nobile filtra, aggiusta, colora, sistema e affina quello che ne esce fuori ma in realtà è la tua anima che si sta specchiando direttamente sul foglio. Sta tutto lì.

Frammenti sconnessi di coscienza

Mi accorgo che sto annegando. Annaspo, gemendo sott’acqua, bolle d’aria che mi escono dal naso e dalla bocca, mi dimeno, mi divincolo, roteo vorticosamente testa e braccia per prendere quell’ossigeno che disperatamente manca ma non riesco a vincere la tensione superficiale dell’acqua, rimango come avvolto da una pellicola di liquido molleggiando su e giù senza riuscire ad avere il contatto con l’aria. Mi brucia tutto, mi fanno male gli occhi e mi sento scoppiare la testa. Fa un silenzio assordante. Sto cedendo. Rallento i movimenti, sento le forze abbandonarmi e la mia coscienza entrare dentro una nuvola di glassa. Sento solo una stanchezza arcaica che soverchia l’istinto di sopravvivenza e la voglia di abbandonarmi definitivamente alle onde.

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Sanpietrini

Appoggiamo i drink sul tavolo e ci sediamo. Mi sorridi e lì mi rendo conto che è finita ancora prima di cominciare. Mi costringi a parlare di viaggi, serate e Tolstoj anche se vedi che entrambi stiamo trascinando stancamente il flusso del discorso. Lo vedi che il mio pensiero non è lì ma a noi, a quello che eravamo, a quello che potevamo essere e non siamo stati. Lo vedi e sai che so che tu lo vedi. Guardati ora, parlando affabilmente del più e del meno come fossimo due perfetti sconosciuti. Mi sento morto dentro mano a mano che mi parli dei tuoi progetti futuri e la situazione non migliora quando ci alziamo per fare due passi per il centro. Abbiamo tempi diversi e non ci troviamo, è palese. Manca sincronia, siamo quasi goffi a trascinare questa tragicommedia nel nome di una passione passata ormai sbiadita. Si avvicina il momento per separarci e mi sento morire il groppo in gola. Vorrei urlarti addosso il mio disappunto, la mia insoddisfazione sulla situazione, vorrei mostrarti il mio orgoglio ferito, la mia rabbia e la mia tristezza. Ma ti guardo e riavvolgo il nastro a qualche mese prima, la pioggia battente alle 2 di notte e noi sotto i portici, stretti l’uno all’altra, due anime fuse in una, indenni alla morsa del freddo e al passare del tempo. “Allora vado, ci sentiamo”. Alla fine non riesco a dirti niente. Era un copione già scritto. Ti sorrido e ti vedo allontanarti e mischiarti tra la folla della piazza. Addio.