Giocare al gatto e al topo

Lei mi guarda e io perdo la testa come uno scemo, come sempre. Ondeggiamo per i viali sorretti l’uno all’altra parlando di stupide pulsioni d’amore. La città è lenta, i fari delle macchine accecano e mettono a nudo pupille dilatate e sorrisi idioti. Gli altri sono poco dietro, risate fragorose riecheggiano tra gli angoli, tra insegne kitsch di alimentari pakistani e sciami di universitari. Qualcuno limona appassionatamente e sgraziatamente sulle panchine, in mezzo a volanti della polizia e qualche bottiglia vuota che rotola per terra. Si sentono discorsi che cercano di essere argomentati, qualche volta la luce di qualche osservazione in un pozzo di alcool e nichilismo.

Entriamo nel locale. Shottini, vista offuscata, scorci di scollature e spacchi di coscie, la pelle sudata che si appiccica e certi sguardi lasciati cadere con drammatica nonchalance. Vedo i miei piedi muoversi senza che capisca bene come, vedo le scarpe degli altri e tutto come se si muovesse all’unisono.

Finiamo fuori dal locale, seduti per terra e abbracciati. L’alcool scorre e lava via qualsiasi velleità di discorsi costruiti. Stiamo male, vediamo la gente uscire, entrare, passarci vicino, parole, sigarette accese, bottiglie in mano. Va bene così.

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Mi servono stimoli

La brezza notturna mi sta accarezzando le caviglie scoperte. Insonnia, musica in sottofondo, posacenere via via che si riempie e la scrivania in disordine. Il ronzio per i viali di qualche motorino, la luce fioca della lampada con la batteria quasi finita.

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Sbalzi

Il mio problema è che ad ogni ostacolo, due di picche, bocciatura, delusione, difficoltà tendo a vedere tutto in modo abbastanza totalizzante. Non riesco a pensare lucidamente che fa parte del corso delle cose avere intoppi e la vivo male. Oscillo tra stati di depressione ed eccitazione febbrile, tra voglia famelica di fare e apatia totale. Che siano gli ultimi residui di una adolescenza che si sta prolungando oltre al dovuto? Diventare adulti significa anche ridurre al minimo questo tipo di fluttuazioni, perché ormai ne hai visto tante, perché ormai sei stabilizzato, sei indirizzato.

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Aria di primavera

Mi capita di leggere qualcosa ogni tanto, lo faccio per non perdere l’abitudine e per mantenere un livello accettabile di lessico articolato, e mi accorgo di essere pervaso da un profondo senso di vuoto che a volte sfocia nell’angoscia vera e propria dovuto al presentimento di quanto sia sfuggevole la presa cognitiva che ho su quello che leggo, su quanto tocchi solo fugacemente alcune corde che magari l’autore si sarebbe augurato vibrassero di più.

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Flussi aperti

A volte mi chiedo se ne valga davvero la pena. Tutta questa faccenda dell’introspezione, del chiedersi continuamente il perché di quello che fai e che pensi. Si vivrebbe meglio, per certi versi, senza. Senza pare, senza pensieri cupi, senza troppi fronzoli inutili. E invece sono sempre lì a tendere l’orecchio, a cercare di percepire qualcosa che nemmeno io capisco e che prende forma proprio quando sono io a sforzarmi a coglierne la natura. Vado così a mille a volte che mi dimentico che funziono anche a bassi giri. Quando succede, che vado a bassi giri, mi sembra di riascoltare un nastro già visto ma nuovo, un nuovo me e un vecchio me. Mi scopro trascurato, scopro di essermi ridotto ad un’automa trasandato, senza cura di se che difficilmente riesce ad ascoltarsi veramente.

Che lagna che sono a volte. Sono belli questi momenti di solitudine notturna, in balia della musica, il computer davanti, una giornata faticosa alle spalle, le preoccupazioni lasciate al giorno dopo e solamente una gran voglia di lasciar correre tutto quanto.

Capirsi

Quant’è bello capirsi. Quant’è bello quando trovi una persona che riesca a cogliere le tue stesse frequenze di pensiero, che non banalizza ciò che dici e che vive i tuoi stessi turbamenti. Ed è assurdo perché sembra di pensare le stesse cose, ci si sente meno soli e persi nel mezzo del nostro cammino. Ci si confronta, tornano alla mente le stesse immagini e potresti passare nottate a parlarne. Si aprono un sacco di strade per pensieri che avevi riposto non sufficientemente elaborati in un cassetto e che in questi momenti tornano prepotentemente, richiamati alla memoria da una parola o una frase detta dall’altra persona. Stai in fermento, è tutto terapeutico, lavi via certi demoni, ti senti di nuovo vivido dopo tanto tempo passato con il cervello in naftalina, in atrofia a studiare, fare e pensare le stesse cose. Si sente la vicinanza e la complicità, ti scalda il cuore e in una vita fatta di stenti e bocconi amari da ingoiare è come un flebile raggio di luce che ti illumina in mezzo a tutta l’oscurità circostante.